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Bad
boy bubby
di Rolf de Heer
Con Nicholas Hope, Claire Benito,
Ralph Cotterill, Carmel Johnson,
Australia/Italia, 1993, 114'
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Bubby (Nicholas
Hope) ha 35 anni, ma non è mai uscito di casa. La madre,
grassa e sfatta, lo ha tenuto segregato fin dalla nascita in un
ambiente squallido e senza luce, obbligandolo a stare immobile su
una sedia durante le sue lunghe assenze. E' un vero e proprio incubo
la parte iniziale di Bad Boy Bubby, del regista australiano Rolf
de Heer. La macchina da presa spia Bubby da vicino, seguendolo in
tutti i suoi gesti malati: sfoga la sua aggressività su un
gatto, fino a ucciderlo, dà la caccia agli scarafaggi di
cui spesso si ciba, ha rapporti incestuosi con la madre, sogna di
varcare almeno una volta la porta che lo separa dal mondo esterno,
senza però avere mai il coraggio di farlo. Glielo proibisce
il terrore di un crocifisso (senza testa) che - glielo ha detto
la mamma - non smette mai di osservarlo. Un giorno, però,
le cose cambiano. Si rifà vivo papà, divenuto nel
frattempo un predicatore alcolizzato. A Bubby non sta bene che l'intruso
si apparti con mamma: così come aveva fatto con il micio,
manda entrambi i genitori all'altro mondo, impacchettando le loro
teste con fogli di cellophan. Libero, finalmente. La vera vita gli
è ora davanti. Un "ragazzo selvaggio" che non sa
né leggere né scrivere, senza alcuna nozione sulle
regole del vivere civile. Solo le pulsioni elementari: dormire,
mangiare, fare all'amore. E' piena di strani incontri la nuova realtà
di Bubby: una suffragetta dell'Esercito della salvezza, un collezionista
d'arte, uno scienziato atomico deciso a dimostrargli che Dio, se
c'è, è senz'altro un essere inferiore, poliziotti
e carcerieri sadici, un gruppo rock che, un po' per gioco un po'
per incoscienza, se lo porta in giro. Ora Bubby racconta le sue
vicende in musica, e la gente, credendolo un poeta, ne è
affascinata. E arriva anche l'amore, con un'assistente di handicappati
gravi con i seni grandi e morbidi come quelli di mamma.
Un film ribelle degli anni tra i Sessanta e i Settanta, su cui però
sia passato il rullo compressore del tempo: questo sembra Bad Boy
Bubby. In comune con gli autori arrabbiati d'allora, Rolf de Heer
ha il gusto della dissacrazione: non quella che negli anni Novanta
è venduta al supermercato sotto l'etichetta "trasgressione";
quella, invece, che s'avventa urlando e a testa bassa contro il
"sacro".
Madre, padre, amore, istituzioni: Bad Boy Bubby non tralascia niente
di ciò che è dissacrabile. Nel suo attacco a testa
bassa, de Heer sceglie la dismisura. Se ha da bestemmiare, usa l'iperbole:
occorre "credere nell'inesistenza di Dio", dice un suo
personaggio, scienziato, musicista e missionario d'ateismo
(intanto, l'occhio del cinema arretra, allargandosi sulla "macchina
infernale" di una centrale nucleare). Se ha da uccidere il
potere dei padri, lo fa uccidendo direttamente i padri per soffocamento,
e in sovrammercato anche le madri. Se ha da prendersela con Edipo,
lo fa mettendo la massa enorme e flaccida di Mom a cavalcioni di
Bubby.
Oltre alla ribellione, in Bad Boy Bubby c'è anche la claustrofilia.
Proprio così: non la claustrofobia, che di per sé
porterebbe a fuggire lontano da ogni luogo chiuso, ma la claustrofilia,
ossia una passione coatta e insistita per tutto quel che rinserra
dentro una stanza, una situazione, un'idea, un'ossessione. La prima
parte del film - la più riuscita - è "tenuta"
a forza nello scantinato in cui vivono Bubby e Mom. Tra i muri sporchi
e opprimenti, sotto la luce fioca, de Heer si muove a suo agio totale,
con una serie ininterrotta di invenzioni narrative e visive (claustrofilia,
appunto). Gli unici momenti ironici e "leggeri" - voluti?
non voluti? - sono quelli dedicati a Pop, il padre che ritorna dopo
35 anni e che ha la stessa improntitudine di Braccio di Legno, il
vecchio padre di Braccio di Ferro (qualcuno tra gli entusiasti di
Bad Boy Bubby si scandalizza per il confronto? Ma chi ha detto che
solo de Heer possa dissacrare?).
Poi, quando finalmente la porta sembra aprirsi sul mondo - e quando
Bubby sembra decidersi a uscire dal ventre materno -, quel che c'è
fuori si rivela un altro ventre gonfio d'angoscia. Rare sono le
sequenze esterne e diurne: l'Adelaide di de Heer è una città
mostro, follemente sbilanciata verso l'ombra dell'anima, la periferia
della mente, la spazzatura del cuore. Su tutto grava una cappa tetra,
opprimente su di noi come il corpaccione di Mom su Bubby, cui la
regia talvolta riesce però a dare immagini coinvolgenti (caustrofilia,
ancora). Nella città-mostro, dunque, l'eroe s'aggira senza
mai arrivare da nessuna parte: il che è quanto di più
increscioso possa accadere a un eroe. Il suo cammino è illusorio,
circolare. E come potrebbe non esserlo, visto che avviene appunto
in un ventre? Non apprende davvero, Bubby, e neppure parla davvero.
Invece, imita e rispecchia frammenti di discorsi, comportamenti,
espressioni del viso (Nicholas Hope rende credibile questo camaleontismo
inconsapevole). D'atra parte, non essendo mai "venuto alla
luce", metabolizza cibo che altri hanno già metabolizzato.
Detto altrimenti: si ciba di tutto quello che trova nella città-ventre
e che abbia l'anonimato squallido del rifiuto, dello scarto. O forse
si dovrebbe dire: così fa de Heer, che costruisce il suo
film rovistando volutamente nella spazzatura delle idee, delle abitudini,
dei sentimenti, qua e là producendo anche effetti di emotività
intensa (come nelle sequenze dedicate al rapporto di complicità
e d'amore tra Bubby e alcuni spastici: sconvolgenti, invedibili).
Proprio come il suo personaggio, anche de Heer non trova - e forse
neppure cerca - una via d'uscita. Qualche occasione per concludere
gli capita a tiro, durante le due lunghe ore del suo film-ventre.
Quando Bubby torna a casa e si sdraia sopra il profilo disegnato
con il gesso del cadavere di Mom (o di Pop?), cercando di adattarsi
alla sua forma, la conclusione sembra trovata. Si tratterebbe anche
di una grande conclusione, da ribelle radicale e spietato. Invece
le immagini continuano a scorrere. La macchina da presa torna a
vagare per la città, "girando" in tondo nella spazzatura
(caustrofilia coatta e insistita, di nuovo).
Così accade, ancora, per quattro o cinque volte: la fine
viene annunciata, ma il film prosegue, inesorabile. Che de Heer
non sopporti l'idea di abbandonare il luogo chiuso delle sue ossessioni?
Che non riesca a immaginarsi cosa ci sia fuori, nel luogo aperto
di tutto il cinema ancora possibile? Forse, sopra il suo film anni
Sessanta e Settanta è realmente passato il rullo compressore
del tempo, spappolando sia il sacro che la dissacrazione, riducendo
tutto a spazzatura da cui diventa impossibile ricavare un senso
che non sia il girare in tondo. O forse, più semplicemente,
per "venire alla luce" davvero de Heer ha bisogno del
prossimo film.
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