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Il
figlio
2002
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Olivier lavora
come falegname in un centro di recupero per ragazzi disadattati,
un giorno gli viene assegnato come apprendista Francis. Egli lo
accoglie con molta inquietudine, continua a seguirlo, lo scruta
continuamente. Un terribile segreto lega questi due personaggi che
sembrano così distanti
Dopo La promessa e Rosetta, i fratelli Dardenne ci regalano un altro
magnifico film. Al centro della trama c'è come nei film precedenti
il mondo del lavoro. Un lavoro profondamente legato alla materialità
come quello di Olivier, fatto di rumori di assi, di trucioli di
legno che sporcano continuamente gli abiti. Ma anche fatto di misurazioni
precise, costruito sull'impossibilità di compiere errori.
Le misure continuamente nominate nel film contrastano con l'incommensurabilità
del dolore di Olivier. Difatti il ragazzo ha ucciso suo figlio durante
un tentativo di rapina, e ora si trova faccia a faccia col padre.
Un altro dolore si aggiunge a questo; la moglie da cui si è
separato dopo la morte del bambino, aspetta un figlio. La paternità
di Olivier quindi viene doppiamente negata, dalla morte e da una
nuova nascita. Forse l'unico modo per poter combattere questa solitudine
è paradossalmente quello di adottare Francis.
Olivier si trova davanti ad un bivio; far pagare al ragazzo la sua
colpa o perdonarlo. Il dilemma si protrae per tutta la durata del
film. A significare l'oppressione di questo dilemma vediamo come
la macchina da presa dei Dardenne segua continuamente Olivier, si
ponga all'altezza della nuca quasi ad incalzarlo, registri il suo
respiro, il battito del suo cuore. Nelle scene in automobile si
pone al posto del figlio ormai morto, rivela la sua presenza-assenza
come ad interrogare continuamente Olivier. Ci troviamo davanti quindi
ad un film dove la concretezza assume un'importanza fondamentale.
I registi non ci negano la materialità dei rumori, la pesantezza
del legno, la sporcizia del lavoro. E costruiscono un film profondamente
corporeo, materiale. Ma attraverso la materialità riescono
ad esprimere un bisogno altamente spirituale; quello del perdono.
In questo modo si ricollegano al cinema di un grandissimo maestro
come Bresson. "L'anima ama la mano" affermava il maestro
citando Pascal. E i Dardenne fanno proprio questo aforisma. Il rumore
di una motosega, la fatica di sollevare un 'asse esprimono meglio
di tante parole il disagio profondo.
Cinema fatto di sguardi, di esitazioni, di ricerca di contatto attraverso
un abbraccio molte volte temuto e desiderato, di pioggia e fango.
"Due corpi separati da qualcosa che ignoriamo. Dei gesti, delle
parole, degli sguardi che non cessano di misurare la distanza che
li separa a e allo stesso tempo la potenza che li avvicina. E' questo
che bisognerà cercare di misurare con la nostra camera."
hanno dichiarato i registi. Si tratta dunque di cinema che sa toccare
vertici altissimi di poesia, cinema che commuove proprio perché
completamente mancante di emozioni esplicitate. Costruire l'emozione
attraverso la resistenza all'emozione" affermava ancora Bresson.
E i Dardenne riescono con il figlio a mettere in pratica questo
dettame. Grazie anche alla grandissima prestazione di Olivier Gourmet
immenso nel suo ruolo di uomo profondamente disadattato dietro i
suoi spessi occhiali e le sue titubanze e incertezze. Alla fine
il film non svela che cosa accadrà fra Francis e Olivier.
Rimane lo scambio di sguardi tra un uomo ed un ragazzino che lo
aiuta a caricare della legna su un furgone
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