"Ecco gli elmi dei vinti... e quando un colpo
ce li ha sbalzati dalla testa non fu allora la disfatta...
fu quando obbedimmo e li mettemmo in testa"
B. Brecht.




Gatto nero gatto bianco
(Crna mack, beli macor)
Francia-Germania-Jugoslavia 1998, 130'
 

All'origine c'è un documentario su un gruppo musicale gitano, i Muzika Akrobatica, prodotto da una rete tedesca.
Poi, però, le cose si complicano. Kusturica, durante i sopralluoghi, viene a conoscenza di un numero imprecisato di vicende strampalate e interessanti, come quella del nonno morto poco prima di un matrimonio, conservato sotto ghiaccio dai parenti per non rinviare la cerimonia, e legge "I racconti di Odessa" di Babel, in particolare "Il Re", rimanendo colpito dalla sensibilità dello scrittore per i criminali con un punto debole (...) Kusturica ha dovuto aspettare l'opera sesta per abbandonarsi senza ritegno al piacere della comicità. Gatto nero gatto bianco è infatti il suo film più affettuoso e solare, divertito e sereno, una comprensibile boccata d'aria dopo il travaglio di Underground e i suoi sgradevoli postumi. Schematizzando, si potrebbe dire che esso rappresenta una variazione sul tema di Il tempo dei gitani, senza contaminazioni epiche e melodrammatiche e, soprattutto, senza un background sociale, che è possibile intravvedere solo in filigrana. Niente più peregrinazioni attraverso la frontiera, dunque, con bambini comprati per "caritare", ragazze destinate a prostituirsi e giovani avviati al furto, niente più strazianti addii, sorelle ospedalizzate, amicizie e amori traditi. Il popolo Rom è ancora lì, con la sua primigenia irriducibilità a qualsiasi gabbia collettiva, un tratto aristocratico che non lo abbandona anche quando delinque o mendica, una resistenza alle sollecitazioni del denaro e del consumismo che balza agli occhi pur in presenza dell'accumulazione - delle banconote e degli oggetti.
Ma, per una volta, l'occhio del regista sembra concentrarsi sul meraviglioso libro delle caricature che esso propone, in una ricognizione ammiccante e comprensiva, in qualche modo ariostesca, che non esclude il rimpianto nostalgico e si traduce, appunto, in una sorta di realismo magico. (Paolo Vecchi, in "Cineforum", 379, novembre 1998) Trovare le parole. Il problema è quello, se non si vuole cadere nello sproloquio retorico che ha accompagnato Gatto Nero, Gatto Bianco: sin da Venezia, l'etichetta prediletta dalla critica per il sesto lungometraggio di Kusturica era "un film minore, un'opera di puro divertimento". Mettiamo pure che Gatto Nero, Gatto Bianco sia solo svago, "A Emir Kusturica Joint", come Spike Lee amava definire i propri film. Restano però due o tre cose da chiarire:

1. A dire della critica rilassato e con il solo scopo dichiarato di divertire, Kusturica filma comunque meglio del novanta per cento dei registi in attività. Ha tanto gusto per le invenzioni (quelle fini a se stesse, quelle che facevano impazzire Hitchcock e Truffaut, quelle da regista puro) da riempire il film di trovate che sarebbero servite per tre o quattro lungometraggi diversi. Ha un senso del racconto che si fonda tutto sull'uso delle luci e dei colori, sui movimenti di macchina e sull'isteria degli attori, sulla musica e su un ritmo sincopato ed allucinante. Per questo motivo non ha senso raccontare la storia di liti tra zingari, matrimoni forzati, frodi, amore, morte ed altre sciocchezze da cui parte Gatto Nero, Gatto Bianco. Kusturica non illustra delle storie (non è James Ivory). Kusturica fa cinema. Come dice David Lynch: "Se lo puoi raccontare a parole, perché dovresti farci un film?". Kusturica non lo puoi raccontare a parole.
2. Kusturica è dannatamente furbo. Sa già che gli stessi che hanno tacciato un film anarchico e disperato come Underground di essere filoserbo si limiteranno a definire Gatto Nero, Gatto Bianco una pausa di creatività. Così, ne approfitta per alzare la posta della scommessa e, già che c'è, cambiare squadra.Quasi per intero: nuovo montatore, nuovo musicista e soprattutto, per la prima volta, nuovo direttore della fotografia. Il suo occhio destro Vilko Filac è dunque rimpiazzato da Thierry Arbogast, quello di Il Quinto Elemento. Non è una questione di amore per la tecnica. E' una questione d'azzardo. Con Arbogast, Kusturica tenta qualcosa di nuovo. Prova a coniugare la fotografia più naturalistica di Ti ricordi di Dolly Bell? e Papà è in viaggio d'affari, i suoi primi due film, con i costumi variopinti, le scenografie deliranti, i colori accesi di Il tempo dei gitani, Arizona Dream e Underground. Il risultato è qualcosa come: De Sica filma un quadro di Chagall in movimento. Ossia: creo un universo delirante e favolistico e lo riprendo come se esistesse davvero, come se davvero, sotto la luce chiara riflessa dal Danubio, i maiali mangiassero le macchine per intero, i topi servissero per farsi vento ed ogni criminale di guerra avesse cocaina in un crocifisso al collo e pistole nella cintura. Per questo Gatto Nero, Gatto Bianco non è un film sugli zingari. E' un film che parla di tradimenti ed illusioni, soprusi ed oppressioni, violenze ed amore, dell'eterna maledizione dell'uomo. Kusturica lo riprende usando una fotografia più naturalistica, meno stilizzata del solito, perché pensa che questa favola sia terribilmente vera. Il che ci porta direttamente al punto.
3. Hanno scritto che il film non racconta nulla, che è solo una commediola di scarso spessore contenutistico rispetto alle precedenti opere del serbo bosniaco, sempre innervate di riferimenti storici e politici. Il problema è che Gatto Nero, Gatto Bianco è esattamente l'altro lato della banconota Underground. Se la alzate verso una luce, vedete che i motivi in filigrana sono gli stessi, medesime le ossessioni e le ferite. Un po' come accade, paradossalmente, per le due produzioni spielberghiane Small Soldiers e Salvate Il Soldato Ryan (anzi, l'opposto, nel senso che Small Soldiers, complice Joe Dante, è il versante "profondo", intelligente, del retorico e patriottico-militarista Ryan). Insomma, l'universo di cui si parla in Gatto Nero, Gatto Bianco ed in Underground è lo stesso: un mondo popolato da sfruttatori e truffatori, vittime e criminali di guerra, in cui l'unico modo per restare puri è l'ingenuità e le uniche possibilità di sopravvivenza sono nella rakjia, nella musica e nel sesso. Anche qui, come in tutti i film precedenti, Kusturica è dalla parte dei perdenti, degli outsiders, degli innocenti. Gatto Nero, Gatto Bianco è una scorribanda sull'eterna lotta per il denaro e la sopravvivenza: grottesca come "Alan Ford", fumetto cui Kusturica deve molto e che, non a caso, ha perennemente piazzato tra le mani di uno degli scagnozzi del film; vitale come la scena d'amore nel campo di girasoli, di gran lunga la più bella vista sullo schermo da La doppia vita di Veronica di Kieslowski in poi; disperato come una nazione dilaniata dalle peggiori truffe; delirante come una banda di zingari che suona appesa ad un albero, divertente come tutto ciò che ci consente di vivere nell'inferno e, pur sapendolo, di riderne.
Ed è inutile continuare l'elenco. Come per Kubrick, per Lynch, per Kiarostami, per Kaurismaki, per Amelio, per Cronenberg, per Egoyan, per Wong Kar-Wai, per Von Trier, le parole non bastano - e questo è tutto.
© 1998 reVision, Fabrizio Bozzetti

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Sceneggiatura: Gordan Mihic, Emir Kusturica; fotografia: Thierry Arbogast, Michel Amathieu; Musica: D. Nele Karajilic, Vajislav Aralica, Dejo Sparavalo; montaggio: Scetolic Mica Zajc; interpreti: Florijan Ajdini, Branka Katic, Bajram Severdzan, Sabri Sulejmani, Zabit Memedov, Srdan Todorovic, Ljubica Adzovic, Jasar Destani, Adnan Bekir, Salija Ibraimova, Stojan Sotirov, Predrag Pepi Lakovic, Predrag Miki Manojlovic; produzione: Karl Baumgartner per Ciby 2000 (Parigi)/Pandora Film (Francoforte)/Komuna (Belgrado).


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