Intervista
a Valeria Golino e Licia Maglietta
Valeria Golino la conosciamo tutti, a soli ventinove anni può
vantare un carnet considerevole di interpretazioni italiane e hollywoodiane,
da "Piccoli fuochi" a "Rain man", da "Puerto
Escondido" a ""Fuga da Los Angeles". La trovo
in forma, elettrica ed esuberante come mi aspettavo: è una
donna mediterranea che ha alcune caratteristiche leggermente trasformate
rispetto al "genere", un calore diventato effervescenza,
una intelligenza saltellante ma più pragmatica, caratteristiche
dovute probabilmente alla sua biografia apolide. Di Licia Maglietta
almeno i cinefili sapevano certo meno. La colpa, perché di
colpa evidentemente si tratta quando un'attrice di questa levatura
viene impiegata così poco al cinema e da molti magari ignorata,
ciò che dovrebbe sollecitare una riflessione di più
ampio respiro su quell'inesauribile riserva di attori che possiamo
considerare il teatro, senza credo far torto a nessuno, serbatoio
che poi, come in questo caso, riserva sorprese gradevolissime, dicevamo
la colpa deve essere di quel sistema cinematografico - non disgiunto
ovviamente da chi lo compone - responsabile di privilegiare le solite
poche facce insterilte dalla sovraesposizione ma delle quali d'altronde
chi scrive spesso non saprebbe dire niente di male, e colpevole
nel negare al cinema la forza di uno star system che dovrebbe prevedere
proprio e soprattutto la continua ricerca di talenti. Ritornando
all'attrice, Licia Maglietta è una donna di singolare sensualità.
Anch'essa di nascita partenopea, è un miscuglio di passionalità
e freddezza unite a uno sguardo molto intenso. Caratteristiche che
la rendono perfettamente credibile nel ruolo di Elena, nel film
la donna del Nord. Il viso è un ovale non perfetto, leggermente
triangolare le dona una apparenza poco decifrabile, sfumata tra
dolcezza e durezza. Di consolidata esperienza teatrale, ha lavorato
nel cinema coi film di Mario Martone. Del suo monologo "Delirio
amoroso", tratto dalle poesie di Alda Merini, che porta ancora
attualmente in scena, ora mi accorgo, stolidamente, di non averle
chiesto nulla.
I
personaggi che interpretate hanno a dispetto di una psicologia essenziale
degli aspetti simili: una comune sensibilità scoperta, una
sorta di pelle mostrata al vivo, esposta senza veli alle ferite
della vita.
Golino:
E un personaggio che in effetti ho trovato diverso rispetto a tutti
quelli che ho interpretato precedentemente. Ma il malessere che
prova è quello che a un certo punto della nostra vita tutti
noi proviamo. Quindi se per certi versi non capivo bene lo stato
generale del personaggio, ero comunque invogliata a cercare di interpretarlo.
In alcune scene ho avuto difficoltà a entrare nella parte
proprio per l'estrema ansiosità che lo caratterizza; singolarmente,
in alcuni momenti mi sono sentita così pacificata con me
stessa da essere disturbata, quasi impossibilitata a tormentarmi
quel tanto che poteva bastare, e questo non mi era mai successo
in nessun altro film.
Maglietta: La difficoltà maggiore che ho avuto
era nell'interpretare un personaggio molto raccolto in se stesso,
che non viene raccontato da nessun altro personaggio e non ha neanche
le parole per dirsi. Elena potrebbe avere una vita perfettamente
serena mentre in realtà vive circondata da una specie di
vuoto. Man mano durante il film, grazie anche al fatto che esso
è stato girato completamente assecondando la cronologia reale,
la situazione è migliorata dal mio punto di vista e via via
che riuscivo ad aggiungere delle caratteristiche al mio personaggio
mi sono sentita decisamente più a mio agio.
In
questo senso vi siete adoperate per costituire un background psicologico
al personaggio?
Maglietta: Quello che ha aiutato sono state soprattutto
le serate che passavamo in albergo nella stessa camera con Valeria
e Silvio a discutere dei personaggi a volte senza seguire neanche
molto la sceneggiatura. È un lavoro che ho amato molto perché
significava assecondare giorno per giorno quello che il film stava
diventando. Anche se poi le battute sono rimaste le stesse, il modo
di dirle e tante altre piccole sfumature che cambiano con il lavoro
sul personaggio rappresentano il tipo di lavoro a cui sono più
profondamente interessata.
Golino: La maniera in cui Maria è raccontata
è dovuta secondo me al fatto che Silvio si identifica maggiormente
con Elena, la donna del Nord. Anche se ci sembra di avere più
elementi per capire il malessere di Maria, essa, secondo me, rimane
un personaggio che si avverte quasi come estraneo all'interno del
film, almeno inizialmente.
Tra
le due donne si realizza una alchimia, qualcosa che le porta a creare
quel bel legame che ci porta fino alla fine del film...
Maglietta: Credo che l'incontro funzioni soprattutto
perchè le due donne in qualche modo si somigliano. Nella
voglia di guardare altrove, un po' al di là di quello che
era stato il loro mondo, un desiderio che si avvera per caso o per
destino e in cui la fatalità vuole che le due donne si riconoscano,
e nel sentimento di riconoscere la propria insoddisfazione e finalmente
di potersela dire. Insieme cercano di concedersi un tempo che non
c'è mai stato, è una cosa che trovo molto bella, e
loro riconoscendo la disponibilità dell'altra hanno la possibilità
di avere fiducia in quella persona che sainno che le capisce.
Golino: Sono perfettamente d'accordo, in più
aggiungerei che questi momenti di malessere siano in fondo anche
molto utili, sono degli stati d'animo che ci possono permettere
di desiderare qualcos'altro, un cambiamento magari positivo. Lo
slogan potrebbe essere: ben venga l'insoddisfazione.
(Alfonso Iuliano)
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