"Ecco gli elmi dei vinti... e quando un colpo
ce li ha sbalzati dalla testa non fu allora la disfatta...
fu quando obbedimmo e li mettemmo in testa"
B. Brecht.




Viaggio a Kandahar
2001
   

E' la traduzione letterale del titolo di un film di Abbas Kiarostami, Dov'è La Casa Del Mio Amico?, ma è soprattutto il verso di una poesia dove Amico sta per Profeta. Dove dimora il Profeta? Oggi ce lo chiediamo in molti mentre guardiamo le immagini - finalmente in quantità generosa, purtroppo in quantità generosa - provenienti dai Paesi arabo-musulmani, indecisi se rifiutare tout court l'altro, o se accingerci ad una riflessione, ahimè scomoda, sul rapporto tra noi e l'altro.
Il film in questione è un viaggio. Non solo a Kandahar - mentre scrivo bombardata di nuovo -, Afghanistan, ma soprattutto un viaggio in una natura aspra e affascinante dove la violazione dell'essere è fatto quotidiano. Se bastasse sintetizzare con un'immagine Viaggio A Kandahar indicherei questa: uomini, solo uomini, che corrono saltellando su di una gamba verso delle protesi lanciate ognuna con un paracadute. Sequenza ripetuta ben due volte. La prima, dall'elicottero della Croce Rossa con cui Nafas raggiunge il confine con l'Iran. La seconda dall'interno, quando Nafas è ormai in territorio afgano, non più estranea alla realtà del Paese. Due diversi punti d'osservazione, che delimitano un mutamento di percezione della scena: distante, senza avere abbastanza elementi per decodificarne il profondo significato; ravvicinata, dopo essere stata/i testimoni dei processi che l'hanno determinata. Chi è Nafas? E' una donna afgana fuggita da bambina in Canada dove lavora come giornalista. Torna perché ha ricevuto dalla sorella una lettera, prima passata tra le mani di molti profughi, in cui la informa di volersi suicidare durante l'ultima eclissi del secolo, evidentemente secondo il calendario occidentale. Nafas decide di intraprendere il viaggio, mettendo a repentaglio la propria vita, per donare alla sorella la speranza, incidendo su un registratore la narrazione del viaggio, le proprie riflessioni, le voci delle persone che incontra.
La narrazione di piccole cose come metafora delle grandi problematiche dell'uomo, aspetto fondante dello stile realista di Makhmalbaf, accresce la drammaticità del racconto. Nessuna esecuzione, nessuna violenza fisica, contribuisce a delineare la tragica realtà del territorio afgano. Quello che pesa come un macigno è l'assenza, tale da divenire drammatica presenza, del non visto. Invisibili (comunque non chiaramente identificabili) i taleban, invisibili le donne coperte dal burqa, invisibili le mine.

Ancora domande - perché è giunto il tempo di porci delle domande. Colpisce maggiormente le nostre coscienze vedere il sangue, cui tutti ci siamo assuefatti, o non è ugualmente devastante vedere come i bambini sono educati nelle madrasa talebane? Dondolano recitando con una litania il Corano, rispondono a memoria alla domanda cos'è una spada - serve ad eliminare gli infedeli -, la loro vita è offerta in cambio di cibo e vestiti. Non ci basta sapere come sono curate le donne? I medici, naturalmente uomini, non possono toccarle, né guardarle, né interloquire direttamente con loro. C'è un telo con un buco e lì porgono la bocca, gli occhi, le orecchie. Nient'altro. Muoiono migliaia di donne anche per questo.
In tanto orrore, Makhmalbaf ci offre immagini di grande poesia, quella della disperazione, cercando la bellezza ovunque, nel paesaggio, nel volto di Nafas, negli occhi dei bambini, nel corteo della sposa. E come attraverso una lente d'ingrandimento, avvicina, tramite personaggi comuni, l'altro di cui sopra. Un uomo che finge di aver bisogno di protesi per poi venderle, un bambino che non potrà mai essere un taleban perché non studia, un medico - di cui parlerò oltre - che ha una barba finta perché a lui non cresce e la barba è obbligatoria.

Viaggio A Kandahar è realizzato per sottrazione, e ciò che viene tolto è restituito per donare dignità ai molti uomini, donne e bambini vessati da un potere che strumentalizza la fede religiosa, non certo per la prima volta nella storia di questo nostro pianeta. Dignità per le donne, dette teste nere dagli uomini a causa del burqa da loro stessi imposto, cucito, invece, con stoffe dai colori sgargianti. Nafas è la nostra guida, una guida eccellente. Una donna che è fuggita dal burqa per indossarlo di sua volontà e che riflette se non sia forse la cultura afgana che ha influenzato il governo taleban, indicandogli la via dell'oscurantismo. Se il burqa è simbolo dell'atroce volontà di annientare una persona, è anche il luogo dove le donne nascondono la loro speranza. Si mettono il rossetto, si laccano le unghie, sperando un giorno di essere guardate riducendo in tal modo la distanza che le separa dalla libertà.
Nafas giunge finalmente a Kandahar. Quello che vede è una città in lontananza, magnifica sotto il tramonto. Quello che vede, lo guarda dalla griglia di stoffa del burqa. L'eclissi è vicina, è il massimo del buio su questa terra, la fine del mondo secondo antiche tribù. Portare la luce in questo buio totale è il compito che Nafas si è imposta. E la dimora dell'Amico, dov'è? Tra le persone incontrate da Nafas vi è un falso medico afroamericano giunto in Afghanistan per combattere i sovietici. Ha cercato, tramite la fede, l'amore assoluto, prima combattendo con gli uni, poi con gli altri. Si dispiace di aver amato, invece, solo persone. E' forse lì che dimora l'Amico?

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Regia: Mohsen Makhmalbaf
Sceneggiatura: Mohsen Makhmalbaf
Fotografia: Ebrahim Ghafouri
Montaggio: Mohsen Makhmalbaf
Musica: M.R. Darvishi Mohamad Reza Daryshi
Prodotto da: Makhmalbaf Film (Iran), Bac Films (France), e Studio Canal
Durata: 90'
Distribuzione cinematografica: BIM

PERSONAGGI E INTERPRETI
Sadou Teymouri, Niloufar Pazira, Hassan Tantai








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