"Un
film tra Shakespeare
e i fratelli Marx"
Intervista a Emir Kusturica a cura di Stefano Cappellini
Emir
Kusturica, che cosa risponde a quei critici che la accusano di aver
fatto, con Gatto nero gatto bianco, un film disimpegnato?
Che questi critici non hanno visto Underground. Ho cercato
in quel film di chiarire il destino del mio paese, di estrarre l'epico
dal tragico, di realizzare un'opera contro i poliziotti orwelliani.
Tutto in periodo in cui era molto difficile affrontare l'argomento.
Adesso Gatto nero gatto bianco apre un nuovo ciclo, dopo
ché per un po' avevo pensato che Underground sarebbe
stato il mio ultimo film. Questo non significa che in futuro io
non possa tornare a parlare di politica.
A
distanza di qualche anno da quel film, che cosa è oggi per
lei la Jugoslavia?
La Jugoslavia è un concetto culturale che ha ancora una sua
esistenza concreta nonostante le frontiere. D'altra parte alcuni
non hanno coscienza nemmeno della lingua che parlano: si comportano
come un austriaco che sostenga di parlare "l'austriaco"
anziché il tedesco. Io ho deciso di vivere sotto la bandiera
jugoslava e conosco almeno due o tre persone che la pensano come
me.
Considera
finita per sempre la guerra?
La guerra non è mai finita perché è una grande
industria.
Crede
che l'Italia abbia fatto abbastanza per il suo paese?
Ha fatto quello che poteva. Non credo che all'Italia si potesse
chiedere più di tanto.
Cos'è
che l'ha spinta a non smettere di fare cinema?
La noia.
Perché
un nuovo film sul mondo dei gitani?
Non considero quella di Gatto nero gatto bianco una storia
legata agli zingari: si tratta di una storia generica su una strana
combinazione di generazioni che avrebbe potuto svolgersi in altri
contesti. Avrei potuto girare il film in Portogallo, in Italia,
persino in Svezia. Certo, La cultura gitana ha caratteristiche che
non si possono trovare in altri popoli, come ad esempio la velocità
nei cambiamenti di stati d'animo. Forse solo in Sud America è
rintracciabile qualcosa di simile. Comunque la particolarità
del fare cinema sugli zingari è che ottieni film che sono
stranieri ovunque.
Ma
qual è la condizione attuale degli zingari in Jugoslavia?
Purtroppo c'è un continuo calo di sensibilità verso
i problemi della cultura nomade, ma questo è un discorso
che riguarda l'intera Europa. In Repubblica Ceca tutti gli zingari
sono stati espulsi dal paese e si è anche verificato un orribile
caso: alcuni di loro sono stati bruciati.
Come
ha trovato gli attori del film?
A parte un paio di professionisti, gli altri li ho scelti tra veri
gitani, ma non per le loro capacità recitative quanto per
il loro aspetto, come faceva Federico Fellini. L'attore, professionista
o meno, è la fonte d'energia del film. Alla fine quelli che
lavorano con me sono esauriti, ma anche io lo sono, perché
il rapporto tra gli attori e il regista è come quello tra
il bambino e il padre: se il regista non si risparmia, nemmeno gli
attori si risparmieranno. Se il regista, invece, si mette a fare
il prezioso, allora ...
A
proposito di Fellini, quale film del regista italiano ha più
influenzato il suo immaginario di cineasta?
Posso
dire che Amarcord ha tracciato la mia strada di regista.
Mi ricordo che per tre volte partii da Sarajevo con l'intenzione
di vederlo a Praga, dove ero studente, ma il viaggio era così
stancante che ogni volta finivo per dormire. Poi l'ho recuperato
in cassetta e ne sono rimasto folgorato.
Che
cosa rappresentano per lei il "bianco" e il "nero"
del titolo?
Sono i due estremi entro i quali c'è la vita, con le sue
contraddizioni e le sue superstizioni espresse magicamente dalla
mistica degli sguardi dei gatti. Ma nel film c'è anche un'altra
mia ossessione ottica nata in seguito a una leggenda metropolitana:
un uomo al quale viene sconsigliato di parcheggiare la macchina
in un certo posto perché c'è il pericolo che gliela
mangino i maiali. È così che il maiale è finito
nel mio film.
Fellini
a parte, quali sono gli altri motivi ispiratori di Gatto nero gatto
bianco?
È un film tra l'estetica di Shakespeare e la comicità
dei fratelli Marx. Eppoi, c'è il fumetto Alan Ford che sta
sempre tra le mani di uno dei personaggi. Al cinema amo le stesse
cose che mi piacciono nei fumetti, anche se il mio preferito non
è Alan Ford, ma Corto Maltese.
Tornerebbe
a fare film negli Stati Uniti?
Sì, perché ti trovi nelle condizioni migliori per
poter realizzare al meglio i tuoi film, ma non mi trasferirei mai
a vivere lì, per via di quella sindrome da iper-produzione
di cui si resta vittime e del rapporto militante con i soldi che
i registi finiscono per sviluppare.
Qual
è il suo rapporto col denaro?
Io non faccio film per guadagnare tanti soldi, ma per conservare
le mie emozioni. Ogni mio film nasce come se fosse il primo e l'ultimo.
Di
cosa ci parlerà il suo prossimo film?
Per la prima volta farò un film tratto da un'opera letteraria,
il romanzo Albergo bianco di D.H. Thomas. Dovrei cominciare
a girarlo a metà dell'anno prossimo.
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