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Placido
Rizzotto
2000
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Nei film storici
la parte più difficile e controversa è quella della
ricostruzione, Daney, anzi, affermava che "il cinema è
un'arte che fallisce sempre nella ricostruzione del passato, ma
quello che può fare è captare il momento in cui le
cose avvengono". Ricostruire, infatti, significa avere la percezione
di uno spazio tempo che non appartiene ai contemporanei. I documenti
in possesso sono freddi, ed è laborioso estrinsecarne immagini.
Sempre Daney diceva che "il cinema, arte del presente, deve
svolgere il suo ruolo, che è quello di registrare un'ora
zero e registrare allo stesso tempo le espressioni felici o avvilite
dei testimoni dell'epoca". Placido Rizzotto comincia da un
felice stratagemma (peraltro già utilizzato da Scimeca in
Il Giorno Di San Sebastiano, ma anche le immagini fisse di Un Sogno
Perso): un cantastorie racconta davanti a un pubblico eterogeneo
del presente una vecchia storia. E lo fa, in modo antico, illustrando
le immagini della storia, la storia di Placido Rizzotto. In questo
caso le tavole del cantastorie coincidono con lo spazio tempo del
film, con le stesse inquadrature, l'ora zero che inizia a battere
e dalla quale si svilupperanno gli eventi successivi, le caratteristiche
dei personaggi e degli ambienti in cui vissero. Si tratta di una
vera e propria cristallizzazione del tempo in ciascuna illustrazione.
Nel racconto è possibile individuare i momenti/le cristallizzazioni
salienti della storia, non solo di Placido Rizzotto, ma di un intero
popolo anche se in questo caso il valore antropologico di recupero
della memoria è frustrato dalla presenza di una lingua neutra
(né siciliano, né italiano).
Poiché
ci siamo trovati di recente ad analizzare il film I Cento Passi,
per le similitudini e le analogie è possibile tentare una
sorta di collegamento tra le due opere, non fosse altro che esse
interessano due momenti diversi, il secondo dopoguerra e gli anni
settanta, e ugualmente il tema della mafia e dei legami stretti
tra gli abitanti di piccoli centri, Cinisi e Corleone. Indubbiamente
i due film sono sovrapponibili come sceneggiatura, ma come vedremo
Placido Rizzotto, nel giudizio di valore, mostra qualcosa in più,
perché la sua struttura dialettica, la contrapposizione tra
mafia e coloro che coraggiosamente la combattono, non si riduce
all'esemplarità del gesto umano che deflagra nel sacrificio
finale. Peppino Impastato e Placido Rizzotto avevano l'audacia di
opporsi frontalmente ai soprusi mafiosi, ma al di là del
ritratto e l'esaltazione delle figure eroiche, come si evince dalla
strutturazione del racconto, la misura principale è quella
che Gilles Deleuze chiama grande forma dell'immagine azione. Questa
struttura (definita per comodità SAS, situazione-azione-situazione)
procede da una situazione iniziale che produce come effetto l'azione
e questa azione porterà a una nuova situazione, differente
da quella iniziale. È un processo che generalmente ha fiducia
nell'aspetto evolutivo della Storia, identificando nelle situazioni
mutate momenti di progresso. Possiamo subito notare che Placido
Rizzotto e I Cento Passi, per il fatto di rappresentare due momenti
diversi della storia siciliana, nel descriverci la situazione posteriore
agli omicidi di Rizzotto e Impastato, sono prove abbastanza inquietanti
dell'immobilità della Storia. Nel processo che si ripete
situazione-azione-situazione, sembra davvero improbabile registrare
sviluppi etici concreti. Il senso dell'operazione è, tuttavia,
traslato nel fuori schermo, nei sentimenti dello spettatore.
Gli eroi che
rappresentano i due momenti etici sono sconfitti. Perdono la vita,
entrambi in modo brutale. E questa sconfitta è raffigurata
drammaticamente in Placido Rizzotto, quando i carabinieri aprono,
davanti ai familiari, la sacca con i pochi resti di Placido. La
domanda rivolta allo spettatore sarebbe più o meno questa:
è dunque tutto ciò che rimane di Placido o c'è
qualcos'altro? Anche se l'interrogativo contiene una chiara retorica
morale, è un segno tangibile dell'efficacia stilistica del
film, che propone i suoi schemi retorici in una forma meno goffa
e banale rispetto a I Cento Passi, retorica che in quel caso derivava
più dall'energia anche spettacolare dello scontro tra forze
del bene e del male ben identificate. Per provare questa tesi, la
sceneggiatura di Placido Rizzotto contiene un brano chiarissimo:
Placido nell'assemblea del sindacato invoca la responsabilità
di ciascuno perché la mafia (è una consapevolezza
che ci si sforza di ripetere) è in ciascun individuo in quel
sottile gioco di paura coraggio, complicità e ferma opposizione.
Rizzotto
sta, infatti, ribadendo che la lotta dei contadini risiede nella
forza collettiva e basta una sola crepa per pregiudicare il risultato.
Ma a questa forma civile, istituzionalizzata, di organizzazione
della lotta si contrappone quella selvaggia della mafia, che nel
periodo più caldo dal novembre 1946 ad aprile 1948, come
citano i documenti storici, compie ventisei omicidi con i quali
colpiva direttamente le rivendicazioni dei contadini. Questa forma
selvaggia è descritta da Scimeca, nella ferina vendetta,
tutta personale, del pastore, per il figlio innocente ucciso, vendetta
equivalente a quella mafiosa come efficienza di risposta.
Nella
struttura deleuziana che abbiamo assunto per i due film è
importante il riferimento al cinema western (quello di Ford e Ince).
Se nel film di Giordana la sfida tra mafia e Impastato aveva una
connotazione duale, quella che nel western deflagra nello scontro
conclusivo, in Placido Rizzotto la parte più significativa
è quella che Deleuze chiama inglobante. In questo caso abbiamo
una struttura SAS cosmica o epica: "L'eroe diventa uguale all'ambiente
tramite la comunanza, e non modifica l'ambiente, ma ne ristabilisce
l'ordine ciclico". Con immagini che sono la parte più
emozionante del film, perché lo sguardo si espande, per lo
più dall'alto, sulla terra. Un po' secondo la tradizione
russa da Dovzenko a Tarkovskij. Vediamo più volte il paese
dalle cime delle colline, il boss tradito che dice "non l'avevo
mai visto da quassù il paese", le terre incolte dei
feudi occupate dai contadini, i colori splendenti dei campi, la
solarità e le ombre che si confondono, le tortuosità
dei sentieri e gli anfratti rocciosi, dove si preparano i delitti
e si fanno sparire i corpi degli ammazzati.
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