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Rosetta
di Luc e Jean-Pierre Dardenne
Sceneggiatura: Luc e Jean-Pierre Dardenne; fotografia:
Alain Marcoen; scenografia: Igor Gabriel; montaggio: Marie-Hélène
Dozo; distribuzione italiana: Keyfilms; origine: Francia/Belgio;
durata: 91'; anno: 1999.
Interpreti: Emilie Dequenne (Rosetta), Fabrizio Rongione
(Riquet), Anne Yernaux (la madre), Olivier Gourmet (il padrone).
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Entra in scena
di corsa, Rosetta. Cuffia bianca sulla testa, attraversa come una
scheggia l'interno di una fabbrica da cui sta per essere licenziata.
Vive di corsa, Rosetta. Vive con rabbia e con furore. Lo fa perché
quelle come lei non possono che vivere così: figlia di una
madre alcolizzata che si prostituisce per una bottiglia, condannata
a un'esistenza tutta ai margini della società, Rosetta lotta
con le unghie e con i denti per conquistare il suo diritto alla
dignità. Cioè al minimo necessario per vivere umanamente:
una casa, un lavoro, qualche amico. E, magari, la possibilità
di non svegliarsi ogni mattina nello squallido campeggio di periferia,
pieno di roulottes e di rifiuti, in cui la malasorte l'ha relegata.
Non sappiamo nulla di lei: né di quello che era né
di quello che diventerà. Sappiamo solo che attraversa l'esistenza
a passo di corsa nel timore che la sua "marginalità"
finisca per farla scomparire nel nulla. Non cammina mai, Rosetta.
Piuttosto corre, ansima, scivola, saltella. Attraversa a balzi l'autostrada,
si infila sotto reti di filo spinato, si inoltra nei sentieri del
bosco. Che indossi la sua gonnellina grigio-cenere o i suoi jeans
slavati, percorre il set (e l'inquadratura) con un passo sempre
leggermente distorto rispetto ai modi consueti del camminare. I
fratelli Dardenne la "pedinano": macchina a mano, collocata
di preferenza alle spalle del personaggio, attaccata come una ventosa
alla sua incontenibile vitalità e mobilità. Per consentirci
di vedere "quasi come lei". E, nello stesso tempo, "per
farci vedere lei". L'una e l'altra cosa assieme, con una scelta
di punto di vista che è tra le cose più efficaci e
più toccanti del film.
Solo qualche volta, quando Rosetta si ferma all'improvviso, la macchina
da presa (Super 16 gonfiato in 35 millimetri) ne approfitta per
scivolare leggermente in avanti e bloccare il personaggio in alcuni
indimenticabili primi piani. Si pensi ad esempio alla scena in cui
Rosetta si allontana di corsa dopo aver salvato in extremis Riquet
che stava per lasciar affogare nel fiume: la macchina la insegue,
sfiora da dietro il suo capo, esita per un attimo sul volto e scorre
via.
È l'esitazione di un istante: un indugio, una tentazione,
un tentennamento. Ma la bellezza di Rosetta è prima di tutto
qui: in questi primi piani "sospesi", in questi attimi
sottratti al fluire del tempo. In questo bloccarsi del cinema su
sé stesso, in un'immobilità che ritorna alle origini
primigenie dell'immagine, al suo primordiale potere di significazione
e di rivelazione. Non è un film "realista", Rosetta.
Non lo è nella stessa misura in cui non lo era, in fondo,
nemmeno il film che ha dato fama e prestigio internazionale ai fratelli
Dardenne (La promesse, 1996). Là, un quattordicenne impegnato
nel traffico clandestino di manodopera di immigrati africani alla
periferia di Liegi tradiva la fiducia e l'amore del padre per mantener
fede alla promessa fatta a un sans papier morente dopo essere precipitato
da un'impalcatura in un cantiere, qui una ragazzina precocemente
umiliata e offesa dalla vita tradisce - denunciandolo - proprio
l'unico personaggio che le aveva teso una mano e che aveva cercato
di aiutarla a trovare un punto di riferimento nel mondo.
Ma non è
la dialettica tradimento-lealtà il principale filo rosso
che lega i due film dei cineasti belgi: a colpire, in un caso come
nell'altro, è soprattutto il grande rigore formale, è
la purezza quasi rosselliniana dello sguardo che essi proiettano
sul mondo. Quello di Rosetta è un mondo fatto di argini (fisici,
geografici, paesaggistici, sociologici) e di margini, di divieti
e di sensi vietati, di porte chiuse e di reticolati. È un
mondo senza musica (l'unica sequenza "musicata" è
quella in cui Riquet invita a cena Rosetta e le fa ascoltare la
rudimentale registrazione di un assolo di batteria), dove la sottolineatura
acustica del sonoro ambientale (fruscii di passi sulla ghiaia, stridori
metallici di reticolati divelti, tonfi sordi di piedi che corrono
nel fango, sinfonie di respiri affannosi) attira l'attenzione sulla
fenomenologia dei dettagli comportamentali e sottrae allo spettatore
ogni possibilità di elaborare un riscatto estetico del mondo
rappresentato.
Rosetta non racconta una storia: piuttosto, lascia agire un personaggio,
e lo osserva. È la fenomenologia del suo vivere di corsa,
la messa a fuoco di un desiderio di integrazione e di normalità
destinato a essere perennemente frustrato. Non ci sono scene-madri,
in Rosetta. Sein La promesse le scene-madri restavano fuoricampo,
quasi a voler rinviare alla vita (e al non visibile, al non filmato)
il senso del film, in Rosetta le scene-madri sono addirittura impossibili,
tanto in campo che fuori. Non ci sono eventi, nella vita della protagonista.
Non svolte, non salti, non progressioni. Solo la perenne ripetizione
degli stessi gesti (la pesca di frodo, il rito delle scarpe nascoste
nel bosco, l'andirivieni affannoso dal campeggio alla periferia
della città), in un'iteratività che prende alla gola
proprio perché priva di vie d'uscita finanche nella direzione
del tragico. Perfino il tentato suicidio di Rosetta va a vuoto perché
finisce la bombola del gas.
Neanche la tragedia può sbloccare la ferocia di una consuetudine
senza sbocchi e senza varchi. Perché Rosetta, appunto, non
drammatizza la vita. Si limita a darci un ritratto, un'icona, uno
schizzo. È una messa in forma dell'infelicità. Una
fotografia della "pena di vivere così". Non piange
mai, Rosetta. Azzanna la vita e ci sguazza dentro nel disperato
tentativo di non andare a fondo. Quando piange (con un primo piano
da brivido sul volto dell'attrice Emilie Dequenne), finisce bruscamente
il film. Estetica del rigore, etica del pudore: era dai tempi della
Mouchette di Bresson che non si vedeva sugli schermi un personaggio
così. Palma d'oro, meritata, al Festival di Cannes.
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