"...se potessimo solo con una goccia di poesia o d'amore placare la collera del mondo! Ma questo risultato possono ottenerlo soltanto la decisione e la lotta"
Pablo Neruda




Benvenuti a Sarajevo

Michael Winterbottom
1h 40' - 1997
 

Welcome to Sarajevo, Help Bosnia Now, due scritte che risaltano sui muri di una devastata Sarajevo, due messaggi, il primo di speranza, sia pure trasformatasi ben presto in amara autoironia, il secondo di disperazione, raccolti, con mano questa volta poco felice, da Michael Winterbottom (Go Now, Jude) in Benvenuti A Sarajevo, suo quarto lungometraggio, presentato in concorso al Festival di Cannes 1997, tratto dal libro di Michael Nicholson "Natasha's Story". Ma se al centro della narrazione di Nicholson, reporter televisivo inglese sempre in prima linea dal Vietnam in poi, è, si, la sua esperienza in Bosnia, ma soprattutto il salvataggio della piccola Natasha dagli orrori di una guerra fratricida, nel film di Winterbottom è alla coralità dei personaggi ed ai tragici eventi che viene offerto il proscenio, suscitando, però, nello spettatore, con una scelta stilistica perennemente in bilico fra documentarismo e fiction, di certo più irritazione che non commozione.
Michael Henderson (Stephen Dillane) è un corrispondente di guerra, un veterano, ormai, alla sua quattordicesima missione: Sarajevo. Assediata dalle truppe serbo-bosniache inneggianti all'ennesima pulizia etnica, la città, da sempre cosmopolita, si sforza di condurre una vita per quanto possibile normale, sfidando - siamo nel 1992 - la ferocia dell'ex vicino, i costanti bombardamenti, il fuoco dei cecchini sui passanti, sulla gente in coda per l'acqua o il pane. I giornalisti, qui, rappresentano un'entità a sè stante che divide con la popolazione gli stessi rischi quotidiani, ma non la miseria, stracarichi come sono di soldi e di non meno preziose sigarette, un gruppo apparentemente compatto in cui serpeggia una voglia di affermarsi che sfocia in rivalità. Per alcuni è la ricerca dello scoop, per altri un incontrollabile desiderio di protagonismo, come per l'americano Flynn (Woody Harrelson, già protagonista del Larry Flynt di Forman), disposto ad esporsi spavaldamente alle pallottole dei cecchini pur di vendere i suoi servizi ed il suo volto al mondo intero.
Ma la distruzione della città, la sistematica uccisione di civili indifesi, la scoperta dei campi di concentramento, le tiepide reazioni da parte dell'occidente ed il disinteresse dei governi e delle stesse Nazioni Unite, per le quali Sarajevo è soltanto il 14° luogo più pericoloso della terra, trasformeranno questi uomini pronti a tutto nell'unico avamposto non soggetto ai principi della politica e della diplomazia, nell'unica speranza di salvezza, attraverso la costante proposta di frammenti di sofferenza, per un popolo senza speranza. E' così che Michael Henderson prenderà a cuore le sorti dei bambini di un orfanotrofio, attivandosi in una campagna di sensibilizzazione dell'opinione pubblica, e della piccola Emira che porterà con sé in Inghilterra, lontana dalle esplosioni di granate, dall'odio, dal sangue.
Interamente girato a Sarajevo nel 1996, a pochi mesi dalla fine delle ostilità, Benvenuti A Sarajevo è il primo film occidentale le cui riprese abbiano avuto luogo nella città bosniaca dopo la guerra, un film con il quale costringerci a confrontarci con una realtà a noi vicina senza poter scegliere, questa volta, di cambiare canale. Le intenzioni, c'è da crederlo, sono delle migliori, ma le crude immagini di repertorio ed il materiale originale, se anche generano in noi un'innegabile sensazione di impotenza, non riescono mai a tradursi in un vero atto d'accusa, spezzettandosi, piuttosto, in un insieme di piccole vicende che non cercano nemmeno di imporsi con il proprio peso. Paragonato, senza andare eccessivamente indietro negli anni, ad altri sguardi "giornalistici" su paesi dilaniati da lotte intestine, come il Nicaragua di Sotto Tiro o, ma qui la tematica è piuttosto diversa, Un Anno Vissuto Pericolosamente di Peter Weir, il film di Winterbottom mostra tutti i propri limiti, oltre che nella frammentarietà dell'azione, nell'evidente incapacità di comunicare con il pubblico trasmettendo emozioni tangibili. Del tutto fuori luogo è poi una colonna sonora che, per quanto ricca e di per sé piacevole, si riduce ad un uso intrusivo e straniante del Brit Pop, in una forzatissima contrapposizione ironica fra le immagini di disperazione e le soavi canzoncine anglosassoni.

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