"Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco ei puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle
che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti"
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Pablo Neruda



Intervista a Silvio Soldini

"Le Acrobate" è il terzo film di Silvio Soldini. I primi due ("L'aria serena dell'Ovest" e "Un'anima divisa in due") gli hanno valso una buona considerazione nel panorama non proprio grintoso dell'odierno cinema italiano, promessa che sarà probabilmente mantenuta anche da quest'ultimo. Lo incontro nel pomeriggio successivo alla proiezione del suo film e alla seguente conferenza stampa. Un po' provato dalle interviste che ha già concesso, mi riceve comunque con la disponibilità sincera e discreta caratteristica, d'altronde, del suo cinema.

Finora hai fatto i tuoi film al ritmo di uno ogni tre anni, più o meno. È dipeso dalle circostanze produttivamente poco felici del cinema italiano, dal tuo modo di lavorare nelle diverse fasi, o da cos'altro?
Non sono quel genere di regista che ha il cassetto sempre pieno di progetti; in genere ho bisogno di far decantare le idee del film successivo e poi di trovare lo stimolo per realizzarlo anche capendo un po' dove sono arrivato con il film precedente. Nel frattempo, spesso, mi dedico ad altre cose, o cortometraggi o documentari, e spesso queste cose che faccio tra un film e l'altro poi costituiscono un arricchimento che confluisce nei lungometraggi di finzione. I documentari mi consentono di conoscere luoghi e realtà con cui altrimenti difficilmente entrerei in contatto e poi il documentario, essendo un lavoro che viene scritto per la maggior parte in sala di montaggio, credo sia importante perché mi dà un'elasticità maggiore nella fase di montaggio anche dei lavori di finzione, che vuol dire anche esser pronti a rimettere in discussione ciò che dapprincipio era già stabilito e magari a trovare un nuovo modo di raccontare.

Tra le due concezioni di cinema, certo schematiche, a cui si fa spesso riferimento, una che riflette più specificamente sull'immaginario del cinema stesso e l'altra più legata alla realtà o alla vita, tu sembri appartenere al secondo raggruppamento.
Nei miei film, generalmente, non ci sono riferimenti ad altro cinema. C'è, però, una riflessione sul linguaggio cinematografico con il quale cerco di raccontare. Per il resto, sicuramente, i miei film prendono spunto dalla vita. La cosa che mi affascina di più nel cinema è che esso ti permette di muoverti, di spostarti nel nostro mondo e nello stesso tempo di raccontare una storia che è a sua volta uno spostamento; quello che mi affascina è quindi questo doppio movimento. Nei miei film i luoghi, il contesto a cui appartengono le storie che racconto è sempre molto importante, e cerco di trovare dei luoghi che già di per sé raccontino.

I tuoi film descrivono sempre uno spazio urbano, metropolitano in cui sembra molto difficile muoversi. Un contesto soffocante da cui si avverte il bisogno di fuggire. E se non lo si avverte si è destinati a rimanerne prigionieri, come in "L'aria serena dell'Ovest".
Il cinema, al contrario della letteratura, non ci consente di entrare nei pensieri dei personaggi, per questo è fondamentale la registrazione dello spazio in cui si muovono, e la scenografia diventa importante anche rispetto a quello che succede internamente a loro; si tratta di trovare i luoghi che possano parlare al posto dei loro pensieri. In questo film esco dalla città per arrivare in cima ad una montagna. Ho sentito l'esigenza di abbandonare un paesaggio, che a poco a poco si costruisce durante il film, fatto di traffico, televisioni, rumore e tante altre cose, e di concedersi un attimo di riflessione, di quiete, un alzarsi un po' sopra questo mondo in cui siamo bombardati da tutte le parti e di finire su pochi essenziali elementi, la bambina, la neve bianca, il cielo, la bambina che mangia la neve e basta, ed è come un tentativo di fare ordine.

La vecchia Anita regala sia a Maria che ad Elena, come amuleto, una ametista che è anche un richiamo ai valori della terra e al magico.
Anita è il personaggio più magico del film, ed è portatore di una ritualità ormai perduta alla quale i due personaggi principali, Elena e Maria, cercano di rimanere attaccate in un desiderio di ricerca di un qualcos'altro che si stacchi dal consumismo, dal materialismo del nostro tempo. La martiniza è un oggetto che ancora oggi si manda, ed esprime un augurio di fertilità.

Questo ci introduce alla maggiore levità ed anche alla maggiore fiducia che c'è in questo tuo ultimo film. Finalmente uno dei tanti incontri umani presenti nei tuoi film sembra andare per il verso giusto.
Hanno molta importanza gli incontri nei miei film. La stessa importanza che dovrebbe avere la disponibilità nei confronti dell'altro e anche rispetto alla vita, al caso, alle cose che ci sono attorno, che magari non guardiamo e non ascoltiamo ma che continuamente ci sono di stimolo da questo punto di vista. Quello che sia Elena che Maria riescono a fare è dare ascolto a questi impulsi. Riescono a far iniziare un processo nuovo e a uscire dalla gabbia in cui si trovavano. Questo perché hanno il coraggio di scoprirsi e di rimettersi in discussione. (Alfonso Iuliano)

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