Intervista
a Silvio Soldini
"Le Acrobate" è il terzo film di Silvio Soldini.
I primi due ("L'aria serena dell'Ovest" e "Un'anima
divisa in due") gli hanno valso una buona considerazione nel
panorama non proprio grintoso dell'odierno cinema italiano, promessa
che sarà probabilmente mantenuta anche da quest'ultimo. Lo
incontro nel pomeriggio successivo alla proiezione del suo film
e alla seguente conferenza stampa. Un po' provato dalle interviste
che ha già concesso, mi riceve comunque con la disponibilità
sincera e discreta caratteristica, d'altronde, del suo cinema.
Finora
hai fatto i tuoi film al ritmo di uno ogni tre anni, più
o meno. È dipeso dalle circostanze produttivamente poco felici
del cinema italiano, dal tuo modo di lavorare nelle diverse fasi,
o da cos'altro?
Non sono
quel genere di regista che ha il cassetto sempre pieno di progetti;
in genere ho bisogno di far decantare le idee del film successivo
e poi di trovare lo stimolo per realizzarlo anche capendo un po'
dove sono arrivato con il film precedente. Nel frattempo, spesso,
mi dedico ad altre cose, o cortometraggi o documentari, e spesso
queste cose che faccio tra un film e l'altro poi costituiscono un
arricchimento che confluisce nei lungometraggi di finzione. I documentari
mi consentono di conoscere luoghi e realtà con cui altrimenti
difficilmente entrerei in contatto e poi il documentario, essendo
un lavoro che viene scritto per la maggior parte in sala di montaggio,
credo sia importante perché mi dà un'elasticità
maggiore nella fase di montaggio anche dei lavori di finzione, che
vuol dire anche esser pronti a rimettere in discussione ciò
che dapprincipio era già stabilito e magari a trovare un
nuovo modo di raccontare.
Tra
le due concezioni di cinema, certo schematiche, a cui si fa spesso
riferimento, una che riflette più specificamente sull'immaginario
del cinema stesso e l'altra più legata alla realtà
o alla vita, tu sembri appartenere al secondo raggruppamento.
Nei miei film, generalmente, non ci sono riferimenti ad altro cinema.
C'è, però, una riflessione sul linguaggio cinematografico
con il quale cerco di raccontare. Per il resto, sicuramente, i miei
film prendono spunto dalla vita. La cosa che mi affascina di più
nel cinema è che esso ti permette di muoverti, di spostarti
nel nostro mondo e nello stesso tempo di raccontare una storia che
è a sua volta uno spostamento; quello che mi affascina è
quindi questo doppio movimento. Nei miei film i luoghi, il contesto
a cui appartengono le storie che racconto è sempre molto
importante, e cerco di trovare dei luoghi che già di per
sé raccontino.
I
tuoi film descrivono sempre uno spazio urbano, metropolitano in
cui sembra molto difficile muoversi. Un contesto soffocante da cui
si avverte il bisogno di fuggire. E se non lo si avverte si è
destinati a rimanerne prigionieri, come in "L'aria serena dell'Ovest".
Il cinema, al contrario della letteratura, non ci consente di entrare
nei pensieri dei personaggi, per questo è fondamentale la
registrazione dello spazio in cui si muovono, e la scenografia diventa
importante anche rispetto a quello che succede internamente a loro;
si tratta di trovare i luoghi che possano parlare al posto dei loro
pensieri. In questo film esco dalla città per arrivare in
cima ad una montagna. Ho sentito l'esigenza di abbandonare un paesaggio,
che a poco a poco si costruisce durante il film, fatto di traffico,
televisioni, rumore e tante altre cose, e di concedersi un attimo
di riflessione, di quiete, un alzarsi un po' sopra questo mondo
in cui siamo bombardati da tutte le parti e di finire su pochi essenziali
elementi, la bambina, la neve bianca, il cielo, la bambina che mangia
la neve e basta, ed è come un tentativo di fare ordine.
La
vecchia Anita regala sia a Maria che ad Elena, come amuleto, una
ametista che è anche un richiamo ai valori della terra e
al magico.
Anita
è il personaggio più magico del film, ed è
portatore di una ritualità ormai perduta alla quale i due
personaggi principali, Elena e Maria, cercano di rimanere attaccate
in un desiderio di ricerca di un qualcos'altro che si stacchi dal
consumismo, dal materialismo del nostro tempo. La martiniza è
un oggetto che ancora oggi si manda, ed esprime un augurio di fertilità.
Questo
ci introduce alla maggiore levità ed anche alla maggiore
fiducia che c'è in questo tuo ultimo film. Finalmente uno
dei tanti incontri umani presenti nei tuoi film sembra andare per
il verso giusto.
Hanno molta importanza gli incontri nei miei film. La stessa importanza
che dovrebbe avere la disponibilità nei confronti dell'altro
e anche rispetto alla vita, al caso, alle cose che ci sono attorno,
che magari non guardiamo e non ascoltiamo ma che continuamente ci
sono di stimolo da questo punto di vista. Quello che sia Elena che
Maria riescono a fare è dare ascolto a questi impulsi. Riescono
a far iniziare un processo nuovo e a uscire dalla gabbia in cui
si trovavano. Questo perché hanno il coraggio di scoprirsi
e di rimettersi in discussione. (Alfonso Iuliano)
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