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Abbiamo
incontrato Stefano Benni, all'inizio dell'estate, il 10 giugno 2001.
Reduce dalla sua ultima fatica, Saltatempo (uscito nelle librerie
il 19 ottobre), da molti definito il suo capolavoro, ci ha parlato
dei magici e quotidiani elementi che concorrono alla creazione di
un'opera artistiica. |
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| Quando
hai capito che saresti diventato uno scrittore?
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| Quando
una persona di cui avevo molta stima, Grazia Cerchi, ha letto un mio
libro e ha detto: "Ci siamo, lupo". Il libro era Comici
Spaventati Guerrieri. Da solo non riuscivo a convincermi, quando lei
ha detto "ci siamo" mi sono illuminato, ho preso una gran
sbronza di vernaccia (ero in Sardegna) e mi sono sentito scrittore.
Dopo, poi, nessuno è più riuscito a convincermi del
contrario.
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| Piccolo
ritratto di Grazia Cherchi... |
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Grazia
Cherchi era una signora molto minuta con una faccia bellissima un
po' da sarda un po' da india amazzonica, molto caustica con quelli
che non amava, molto dolce con quelli che amava, molto rispettata
anche dai suoi nemici, che magari le scrivevano delle perfidie però
quando la vedevano abbassavano gli occhi
e poi era una persona
che leggeva tantissimo, aveva una grande passione per i libri. Aveva
scelto di non scrivere lei in prima persona, le sarebbe piaciuto perché
aveva, come tutti noi, una sua vanità ma, invece ha preferito
aiutare degli scrittori giovani a crescere, a diventare scrittori
maturi e l'ha fatto con tanti. Lo faceva con dolcezza ma spietatamente,
criticando molto, non era affatto remissiva, non accettava tutto,
ma incoraggiava a migliorare, dedicava a questo lavoro moltissimo
tempo. Avrebbe sicuramente potuto guadagnare di più facendo
la critica accademica, ma era troppo indipendente e troppo poco premiaiola
e ipocrita.
Era anche una persona con una grande ironia, e si vedeva nei suoi
scritti, però aveva una fiducia illimitata, quasi ingenua,
nella possibilità della gente di crescere e questa era la sua
dote più bella. A volte prendeva a mano degli scrittori che
avevano un talento molto grezzo, sui quali si capiva che c'era da
lavorare molto, però accettava questa sfida, esattamente il
contrario di quello che fa l'editoria. L'editoria pubblica subito
il libro del giornalista o del cretino televisivo, dell'improvvisato
sociologo, un libro che già si vende -si vendicchia- subito
(perché poi in realtà alla fine i libri che durano sono
altri). Se l'editore vede un libro che è appena un po' sghembo,
un po' strano dove c'è "da metterci le mani" spesso
rinuncia, magari preferisce un libro subito riconoscibile, nel senso
che è copiato da un modello: adesso vanno i gialli, tutti sfornano
e pubblicano gialli. Lei affrontava degli scrittori magmatici -i miei
all'inizio erano probabilmente libri con molti difetti di abbondanza-
e poi ti aiutava, non riscriveva una riga, però ti spronava,
ti faceva capire che dovevi faticare di più: ecco in questo
era assolutamente anomala nel panorama dell'editoria, in questo suo
cercare sempre delle sfide difficili. Io non ero una sfida facile
all'inizio perché ero uno scrittore, credo, con un certo talento
ma pieno di deviazioni, ridondante, pieno di dubbi e tutte le volte
che scrivo un libro è come se sentissi la sua voce che mi prende
in giro, che mi ammonisce. Grazia Cherchi era questo.
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| Una
ricetta per scrivere un buon libro |
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| Si
prendano 2000-2500 libri da una biblioteca e li si leggano uno dopo
l'altro con calma. Quando li si sono assimilati e bene amalgamati
li si metta da parte in qualche ripostiglio neuronico. Poi si guardi
per uno-due giorni la televisione; tutto quello che si vede in televisione,
misero, ripetitivo, finto "popolare" lo si lasci da parte,
il libro è geneticamente altro. Poi ci vuole una considerevole
dose di fantasia e per quella basta andare in giro la notte, leggere,
viaggiare, innamorarsi spesso o almeno pensare di essere innamorati.
Gli alcolici e le droghe a qualcuno servono, ad altri no. Infine ci
vuole una grande fatica, una ricerca tecnica quasi ossessiva e quella
la si impara col tempo. Quando si scrive un libro è come essere
dentro una delle Annunciazioni di Maria, quei quadri bellissimi del
Quattrocento italiano. In questi quadri Maria ha quasi sempre un libro
in mano e questo è molto bello; adesso avrebbe un telecomando
ma ha un libro, quindi sta aspettando la notizia, sta aspettando l'ispirazione,
sta aspettando il suo destino. Entra un angelo, entra l'estro, entra
l'ispirazione: l'angelo, che ha delle bellissime ali "araldiche",
direbbe il mio amico Cavazzoni, belle ali versicolori, è un
bell'angelone e le dà la notizia che Maria è stata prescelta.
Quindi è come se l'estro e l'ispirazione ti dicessero: "tu
scrittore sei stato prescelto: ecco a te tante meravigliose visioni
e idee per il libro". Ma se si guarda bene in tutte queste annunciazioni,
appena un po' in secondo piano, c'è San Giuseppe che con la
pialla, con la sega, lavora e mantiene la famiglia. Questo allora
è il lavoro che si fa per arrivare a un libro: ci vuole l'angelone
con le ali, ci vuole l'estro, l'ispirazione, la grande o piccola notizia
che viene dal mondo delle grandi letture e delle idee; però
poi se non c'è un San Giuseppe artigiano che ci dà di
pialla, di sega e di bulino e faticosamente traduce questa visione
in "condivisione", non si va avanti. Quindi accettate l'annuncio
dell'angelo, siate pazienti come San Giuseppe e come ogni scrittore
siate un po' come la Madonna: pensate di avere un grande, unico destino.
Per qualcuno il destino sarà di vincere il Campiello, io non
lo ritengo un grande destino, per altri di fare libri che durano,
per altri di arrivare da Maurizio Costanzo, per altri magari di fare
un bellissimo libro che tutti ignoreranno. Il destino sarà
diverso: alcuni saranno fortunati, altri sfortunati, alcuni avranno
una fortuna immeritata (Grisham) altri avranno meno fortuna di quanto
meritano (Vonnegut) e la casistica è varia. Comunque cercate
di mettervi al centro di questo quadro. |
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| Il
segreto della scrittura |
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| La
scrittura ha tanti segreti. In ogni libro c'è un segreto. E'
un segreto che tiene insieme in modo misterioso l'immaginazione dello
scrittore e quella del lettore. Guai a pensare che in un libro ci
sia solo l'immaginazione dello scrittore e dall'altra parte ci sia
un recipiente vuoto che l'accoglie, che è il lettore. Il lettore
va incontro con la sua immaginazione a quella dello scrittore e trasforma
il libro. Per fare un esempio, tutti noi abbiamo letto Moby Dick
però se io chiedo alle persone di un seminario qual'è
la loro pagina preferita di Moby Dick, qual è il piccolo
particolare, la pagina che le ha più colpite, la frase, la
parola, tutti rispondono diversamente. Questo cosa vuole dire? Che
Moby Dick è diventato diverso nell'immaginazione di
ognuno. Questo è uno dei segreti della scrittura. Tutti partecipiamo
all'aleph, al mondo dello stesso libro, ma il libro è diverso
per ognuno di noi. Diventa diverso come? Ad esempio nella rilettura.
Il complimento più grande che puoi fare a uno scrittore non
è "ti ho letto" ma "ti ho riletto", "ti
ho letto due o tre volte" "ho trovato delle nuove cose nel
tuo libro" "il tuo libro si è trasformato, è
cambiato a ogni rilettura". Perché? Perché appunto
il mondo dell'immaginazione ha questa capacità palingenetica,
di ricrearsi ogni volta e questo crea la durata del segreto. Un libro
può anche restare lì: lo rileggiamo trent'anni dopo
e diventa una cosa nuova; questo non accade con la televisione. Riguardo
a questo segreto ti racconto un aneddoto. C'era un attore, Lawrence
Olivier (questo è un segreto che vale per la scrittura dei
libri ma anche per la drammaturgia) che interpretava una commedia
in Inghilterra. In Inghilterra le commedie possono restare in cartellone
anche quattro-cinque anni, non come in Italia che hanno vite piuttosto
brevi. Olivier recitava in questa commedia da molti anni, e naturalmente
ogni sera faceva la stessa parte. Com'era questa parte? Nel primo
atto lui era un ricco lord inglese, cui andava tutto bene: aveva una
bella casa, dei bei cani, una bella moglie, in ordine di importanza
per un lord inglese. Aveva molti amici, molti soldi da spendere: era
proprio baciato dalla sorte. Nel secondo tempo accadeva il disastro;
io non ricordo il titolo della commedia, comunque tutto andava in
rovina, il lord faceva bancarotta, la moglie lo lasciava, gli amici
si allontanavano, i cani prendevano il cimurro, insomma il lord perdeva
tutto, diventava alcolizzato e moriva orrendamente triste, solo e
abbandonato nel castello pignorato, impiccato (pignorato il castello
impiccato Lawrence Olivier). Una sera venne in camerino uno spettatore
e gli chiese: "Sir, come fa lei che nel primo tempo è
così pieno di gioia, esplosivo, felice, a recitare così
solarmente quando sa benissimo che nel secondo tempo le succederanno
quelle cose tristissime?". E Lawrence Olivier rispose: "ma
io nel primo tempo non so cosa succederà nel secondo tempo".
Lawrence Olivier raccontava così il mistero dell'immaginazione,
rivendicava questa capacità dell'immaginazione artistica di
rinnovarsi. Ti faccio un secondo esempio. Tu prendi in mano un racconto,
I delitti della Via Morgue di Edgar Allan Poe. Se leggi il
sorprendente finale (che l'assassino è un orango), in teoria,
una volta che tu conosci il segreto di questo racconto non dovresti
avere voglia di rileggerlo. Io lo rileggo ancora spesso e tutte le
volte ho come la paura che possa finire in un modo diverso, perché
Poe che non è un giallista precotto come quelli di oggi, crea
una tensione tale che ti tiene sospeso ogni volta, crea quell'esitazione
che secondo Todorov è proprio uno dei caratteri del fantastico.
Fino all'ultimo momento tu esiti e non sai se ti trovi proprio in
un mondo letterario che ben conosci, oppure magari in uno strano mondo
intermedio tra lettura e realtà dove i libri possono cambiare
il finale. Poi c'è un terzo esempio della vita quotidiana.
Io sono babbo di un bimbo di 12 anni e c'è una cosa che detesto
nei miei colleghi babbi, quando vanno al cinema. Normalmente i film
per bambini sono tutti uguali: fino a 10 minuti dalla fine sembra
che vadano a finir male; il bambino in quel momento è molto
spaventato, molto teso, molto impaurito e allora il papà cretino
gli dice -lo sentii dire veramente da un papà- "ma perché
sei spaventato, perché sei così agitato?! Tanto va a
finire bene!". Un babbo così è da impiccare per
i piedi. Allora possiamo anche dire: lasciamo perdere tutto, non facciamo
leggere ai ragazzini Moby Dick e Madame Bovary che vanno
a finir male, e lasciamo stare tutte le storie che finiscono bene,
non leggiamo più la Divina Commedia che in fondo finisce
bene, perché poi Dante esce a riveder le stelle. Il bambino
rivendicava giustamente il suo diritto a tenere bene aperte tutte
le porte dell'immaginazione e quindi a tenersi la sua paura, la sua
esitazione, a dire "io mi voglio godere tutto il mistero di questa
storia. Lo so bene che normalmente i film per bambini finiscono bene,
però io voglio fino all'ultimo tenermi questa tensione, questa
emergenza dell'immaginazione". Non togliete ai bambini questa
grandissima curiositè, questa capacità di perdersi nella
varietà meravigliosa del mondo dell'immaginazione. Non mettete
i sondaggi anche nell'immaginazione, i sondaggi che dicono che l'89%
dei film per bambini normalmente finiscono bene
ma anche su
questo ci sarebbe da discutere perché Walt Disney era uno dei
più grandi e allegri sadici della storia dell'umanità,
chissà poi se i suoi film finiscono "bene" ma qui
ci vorrebbe un'altra ora di intervista e io sono stanco. |
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| Facciamo
un salto indietro: gli animali di Comici Spaventati Guerrieri |
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| Gli
animali perché l'uomo è un animale anche se travestito
con pelo e pelli di altri animali, e amo gli animali antropoformizzati,
amo molto i cartoni animati. Nei cartoni animati c'è un'onnipotenza
plastica, per cui tutto può diventare tutto. Un'anarchia totale
e scatenata. |
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| Ti
chiamano Lupo
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| Perché
quando ero piccolo ero molto selvatico e mi chiamavano così
o forse perché giravo da solo di notte per la campagna, coi
miei cani. Avevo meno paura sotto la luna a che in una casa buia.
La mia fantasia è nata a lume di candela. |
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| Perché
nei tuoi libri protagonisti sono sempre dei bambini? |
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| I
bambini sono degli eroi dell'immaginazione. Buoni o cattivi, ma eroici. |
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| Ti
senti più Babonzo, Ebenezer o Lucioleone? |
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| Questa
è una domanda che presuppone una grande conoscenza del mondo
benniano. Il Babonzo è un animale fantastico. Mi identifico
nel Babonzo perché il Babonzo nasce grande e muore piccolo
piccolo, scompare, non si trova più e io da bambino ero molto
serioso e adulto, più cresco e più divento cinno - parola
dialettale emiliana che significa bimbo, cioè rimbambisco,
rimbambinisco e penso che a settant'anni più o meno tornerò
a fare stregainalto, che era un bellissimo gioco che si faceva per
strada. In Ebenezer mi identifico perché sono ancora innamorato
di Carmilla la diavolessa e in Lucioleone mi riconosco, in certe sue
tristezze, nella ricerca della dignità, nel fatto che ha un
grande rispetto per la memoria e una grande riconoscenza per gli amici
che l'hanno aiutato. |
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| La
tua paura più grande |
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| Di
diventare come certa gente che vedo in giro. Di diventare come le
peggiori persone che conosco
anche morire non mi piace molto
come idea però insomma ci sono cose forse peggiori di morire.
Finire dentro lo spirito di questi tempi, diventare servo: questo
sì mi spaventa. Io dovrei esserne immune, ma non si sa mai
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| Saltatempo
è autobiografico? |
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| Assolutamente
no. E' pieno di cose che conosco bene. Possibile che di ogni libro
che è scritto in prima persona si debba dire che è autobiografico? |
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| Cinque
libri che vale la pena di leggere |
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| Cinque
libri per cui vale la pena di vivere, di leggere? Allora: i libri
francesi, inglesi, i libri italiani, giapponesi e i libri di tutte
le altre parti del mondo: fregata. |
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| Un
quadro dell'editoria italiana |
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| L'editoria
italiana è una delle migliori in Europa, non è peggiore
delle altre. Basterebbe trasformare la Mondadori in un formaggificio.
Resa utile la Mondadori si ha un quadro dell'editoria italiana abbastanza
equilibrato: piccole case editrici coraggiose, buone case editrici,
come la Feltrinelli, l'Adelphi, che fanno buoni libri, con molte tentazioni
e scivoloni commerciali. La cosa brutta è questa: l'adorazione
di questi hamburger di guano che sono degli scrittori americani mediocrissimi,
che arrivano, conquistano grandi fette di mercato, superpublicizzati
e poi magari non si conoscono scrittori americani come Vonnegut. Però
non è che in Europa ci siano editorie migliori
forse
l'editoria scandinava è meglio ma la francese no di certo. |
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| Un
quadro della politica italiana |
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| Non
dico un quadro di Bacon perché Bacon era un grande pittore
L'Urlo di Munch, idem. Forse si potrebbe usare un poster di
Berlusconi. E' lì che è finita la politica italiana,
senza più polis, cos'è? Una poteritica, un'azienditica
lasciam stare la parola polis
non c'è più città,
convivenza civile, è come stare in un'azienda ma cambierà,
oh sì cambierà
un giorno l'aeroplanino di Berlusconi
partirà per le isole Cayman e la storia ci dirà che
cos'era: un piccolo gangster mafiosetto e depresso. Io ho fiducia
nella storia, avevo 7 in storia al Liceo e avevo anche una professoressa
che non era male
un po' in carne ma con una sua grazia angelica.
Credo di amarla ancora. |
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Lorenza
Pozzi
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