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di Don Luigi
Ciotti
"Lasciatemelo dire che essere qui oggi in piazza non è
una bella cosa, anche se importante e necessaria, perché
la legalità, la giustizia, i diritti non dovrebbero essere
l'obiettivo da inseguire, ma la precondizione perché in un
paese ci sia libertà, partecipazione e democrazia. Ma voi
me lo insegnate: il nostro obiettivo non può essere la legalità.
Dobbiamo andare oltre la legalità e non dimenticarci che
la legalità e la solidarietà sono gli strumenti per
costruire giustizia.
L'obiettivo dev'essere la giustizia., incominciando dalla giustizia
sociale, mettendo al centro sempre la persona, partendo dai suoi
bisogni naturali e fondamentali. E voi mi insegnate che i bisogni
delle persone, di tutte le persone, sono i diritti, e i diritti
sono i servizi, gli spazi, le opportunità, il lavoro, l'istruzione,
la casa, la salute. I diritti sono la giustizia sociale. Certo nessuno
vuole dimenticare i nostri doveri, le nostre responsabilità,
ma anche diritti: i diritti sociali e i diritti civili per tutti.
Allora, non si costruisce giustizia senza ricerca della verità.
A volte verità difficili, scomode e ingombranti. Non possiamo
fare sconti a nessuno rispetto alla verità, né ieri
né oggi. Il problema della giustizia sociale non è
un problema solo di oggi: alcune responsabilità vengono da
lontano. Ma oggi più che mai alcuni provvedimenti legislativi
già approvati, alcuni progetti di legge presentati o preannunciati
sono a garanzia dei forti e non rispettano il principio e il valore
dell'uguaglianza. E mentre i forti si garantiscono, i deboli pagano
il prezzo dei ritardi, dell'indifferenza, dalla burocrazia, del
mercato. E la protesta delle persone detenute è un grido
da fare nostro. I problemi del carcere riguardano tutti, il disagio
colpisce colpevoli e innocenti, detenuti e operatori, senza differenze
e senza riguardi per alcuno.
Allora per tutti dovrebbe risultare necessario, razionale e umano
cercare di trovare strade nuove e già indicate, mitigare
le sofferenze, riportare vita e speranza anche dietro le sbarre.
Mentre i forti si garantiscono e si autoassolvono, tanti poveri
cristi stanno nelle galere.
Il carcere come estrema ratio: a parole lo dicono tutti, tutti sono
d'accordo, ma poi quelle riforme non si fanno. Oggi il carcere serve
a nascondere tanti problemi e negare responsabilità. Un altro
grido da fare nostro è la riforma della giustizia minorile,
in linea con una politica più portata alla punizione che
al recupero. [
] Un altro grido da accogliere è quello
degli amici immigrati. Ne ho visti tanti su questa piazza, e per
questo voglio dirvi grazie, grazie di esserci, grazie amici. So
e sappiamo quanto è grande la vostra fatica. Ho letto uno
striscione con scritto sopra "Volevano braccia, sono arrivate
persone". Non vi lasceremo soli: deve essere questo l'impegno
di tutti. Non basta, non è sufficiente entrare in Europa,
se poi l'Europa diventa una fortezza che respinge. Noi dobbiamo
entrare nel mondo. A volte dicono che non è compito di preti
tutto questo, mi dicono che parliamo troppo. Ma io credo faticosamente
che di fronte a tante ingiustizie non si può e non si deve
tacere, e che questo è compito di tutti. E nel Vangelo tutto
questo è fame e sete di giustizia.
E anch'io vorrei continuare a dare una mano a Dio e a tanti uomini
a saldare concretamente la terra con il cielo. La libertà
di tutti si gioca sul terreno dei diritti e della giustizia di tutti.
C'è bisogno da parte nostra, e da parte di tutti, di coerenza,
di credibilità, di collaborazione, di continuità.
Continuità e coerenza nostre, come irrinunciabili direzioni
di marcia. Il legittimo sospetto, come voi ben sapete, è
servito in passato per assolvere, ritardare, inquinare. Nessuno
può dimenticare il processo di mafia Notarbartolo, la strage
di Portella della Ginestra, la strage di Ciacurri, la guerra di
mafia di Corleone: tutti processi rinviati, spostati in altra sede,
imputati assolti in passato per il legittimo sospetto. Allora, amici,
questi mazzi di spighe sono il segno della speranza, perché
proprio a Corleone, nel 1947, un giovane sindacalista, Placido Rizzotto,
fu ammazzato, fu ucciso, perché voleva creare su quei terreni
delle cooperative di lavoro per i giovani, per dare dignità
e futuro in quella terra. Lo hanno ucciso. E a indagare, perché
Placido Rizzotto era scomparso, arrivò un giovane capitano
dei Carabinieri: Carlo Alberto Dalla Chiesa, che uccideranno più
tardi. E a prendere il posto di Placido Rizzotto arrivò un
altro giovane segretario della Camera del Lavoro, Pio La Torre,
che uccideranno più tardi." ("sbobinato" da
Elisa Bianchini)
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