"Ma la memoria non è fatta solo di giuramenti, parole e lapidi, è fatta di gesti che si ripetono ogni mattino del mondo. E il mondo che vogliamo noi va salvato ogni giorno, nutrito, tenuto vivo. Basta mollare un attimo e tutto va in rovina".
Saltatempo, Stefano Benni




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Come poni La Verità Bugiarda rispetto ai romanzi precedenti?
«Penso si possa parlare di un thriller psicologico con fortissimi risvolti sociopolitici. Mentre Chiudi gli occhi era un romanzo corale, con un punto di vista frammentato fra vari personaggi, nella Verità bugiarda la centralità del protagonista è più forte. L’altra differenza è nell’ambientazione, dalla provincia del profondo Nord alla metropoli milanese».

I tuoi personaggi maschili sono sempre molto complessi e articolati: come li costruisci? Sono una tua proiezione oppure li rapisci dal mondo reale?
«Uso un procedimento che credo sia comune a molti narratori. Il protagonista di un romanzo ha sempre moltissimo del suo creatore, mentre i personaggi di contorno nascono da un mix fra esperienze personali del narratore, figure che fanno parte del suo mondo e fantasia pura».

Da quale spunto parti per scrivere una storia?
«Da poche righe che descrivono una situazione, una geometria di eventi o di rapporti, indicando i personaggi con lettere dell’alfabeto. Ti faccio un esempio: “A, presunto uxoricida, salva B, giovane figlio di un boss mafioso, da una violenza in carcere. Quando però entrambi escono di prigione, la gratitudine di B diventa così invadente che finisce per provocare la rovina e la morte di A”. È lo spunto del romanzo che sto scrivendo ora! Ti rivelo un segreto: nel momento in cui devo dare un nome al protagonista, spesso tengo la lettera dell’alfabeto come iniziale. Ciò spiega perché molti protagonisti delle mie storie hanno nomi che iniziano con la A. Nel caso del romanzo che sto scrivendo, A è Adriano, B Bruno».

Mi sembra che dalle sperimentazione iniziali adesso ti spingi a storie di più vasto respiro. Nei tuoi ultimi tre romanzi si vede molto la Storia con la S maiuscola e una certa critica sociologica.
«Sono d’accordo. Penso di essere diventato, con gli anni, più romanziere, più interessato a fare respirare la vita nei libri che scrivo, mentre negli anni ‘90 ero più un autore di racconti lunghi. Il tema centrale della Verità bugiarda, secondo me, è la crisi della famiglia: più tende a durare nel tempo, con i figli che rimangono in casa fino a 30 anni e oltre, meno è possibile vivere al suo interno rapporti umani di crescita».

Quanto è importante scrivere racconti per un romanziere, se ti ritieni ovviamente solo uno scrittore di romanzi?
«Sono convinto che la voce “pura” di uno scrittore si senta soprattutto nei racconti, dove ti puoi concentrare sull’emozione e sulla scrittura senza tutte quelle scene di raccordo, tutti quei passaggi importanti per una narrazione lunga».

In molti tuoi lavori c’è un paesaggio di lago: quanto è importante per te lo spazio geografico?
«Sono nato sulle sponde del lago d’Iseo, per me è quasi un’ossessione. Sono molto affascinato dall’orizzonte chiuso, cupo dell’acqua dolce, mentre il mare con la sua immensità non mi emoziona. Il lago è una grande metafora dell’inconscio: un pozzo scuro in cui annegano (e da cui emergono) paure, desideri inconfessabili, incubi, ricordi. Il lago è molto più romantico e ipnotico del mare».

In qualche modo si capisce che utilizzi il noir solo come veicolo per poi raccontare le tue storie. Quanto è importante per te il genere, se di ciò si tratta?
«Ti dicevo che cerco di mettere personaggi quotidiani in situazioni eccezionali. Morte violenta, tensione, enigma, sono più stimolanti di altre possibili condizioni narrative ed esistenziali che rompano i vincoli in cui si muovono le nostre vite».

Sei passato da una lingua asciutta e scarna a una più ariosa. È una scelta consapevole o è legata al cambio di registro narrativo?
«È un cambiamento che si notava già nei racconti più lunghi di Un bacio al mondo. È una scelta volontaria, a favore di una lingua più aperta rispetto a quella austera dei primi libri. La trovo più adatta al romanzo».
 
a cura di Antonio Pettierre e Lorenza Pozzi
 

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